Il fantasma dell’obesità passata:
perché le diete ci lasciano in eredità altri chili?
La nostra Salute

- Perché all’inizio la dieta funziona ma poi, soprattutto chi è obeso, in 3-5 anni recupera con gli interessi.
- È la biologia, non la forza di volontà, risponde la scienza. Che però ancora è incerta sui meccanismi dietro il disastro annunciato.
- Un nuovo studio su cellule e topi propone un’ipotesi intrigante legata a uno specifico ormone della fame.
- Mancano conferme sull’uomo e possibili terapie mirate, ma già se ne può ricavare un messaggio: l’obesità è una malattia che è molto meglio prevenire.
- Perciò ancora prima di “allargarsi” troppo bisogna impostare un modo di nutrirsi valido, che scoprirai leggendo!
Da decenni, gli scienziati (e chi deve dimagrire) si chiedono perché mai all’inizio la dieta funzioni ma in seguito sia così facile recuperare i chili persi faticosamente, e perfino riuscire ad accumularne di più – perfino 5 in più rispetto al peso iniziale entro 3-5 anni. L’effetto yo-yo è ben noto a molti aspiranti magri, ma si rivela più incisivo in presenza di obesità. Per spiegarlo, la pista biologica è la più battuta, anche dal nuovo studio pubblicato ad agosto 2026 su Cell Reports. Ma prima di arrivarci, vediamo cosa succede quando ci si mette a dieta.
Il grasso si vendica
Per molti versi, il nostro organismo è quello degli albori. Di sicuro lo è quando vede il cibo ridursi (per lui non c’è differenza tra fame e restrizione calorica volontaria): allora innesca in 5 mosse la “modalità sopravvivenza”, avviando un assetto sfavorevole per il dimagrimento e persistente ben oltre la fine della dieta.
- Impennata della grelina, l’ormone che segnala la fame.
- Crollo della leptina, l’ormone della sazietà. Scendono pure i peptidi intestinali – YY (PYY), colecistochinina (CCK) e amilina – regolatori del senso di sazietà dell’appetito.
- Rallentamento del metabolismo. L’organismo riduce il dispendio calorico per evitare quello che percepisce come il rischio di morire di fame. È il così detto “adattamento metabolico”.
- Rimodulazione dei circuiti di ricompensa. Il cervello risponde rendendoci irresistibili le immagini legate al cibo.
- Aumento del cortisolo. Il segnale di allarme fa aumentare l’ormone dello stress, causando rischio cardiaco, danni alla salute metabolica, aumento dell’infiammazione e – ciliegina sulla torta – più accumulo di grasso addominale. E in barba ai sacrifici fatti, invece di dimagrire si ingrassa.
Quasi quasi, il rimedio è peggiore del male. E si direbbe che sia tutta colpa delle cellule adipose.
La memoria del grasso
Il tema non è nuovissimo. Nel 2024, per esempio, uno studio pubblicato su Nature fu tra i primi a ipotizzare una memoria epigenetica dell’obesità dopo il dimagrimento, sorta di memoria obesogenica che, per gli autori, contribuirebbe al temuto effetto yo-yo. La ricerca preclinica pubblicata ad agosto prosegue su questa strada. “Abbiamo scoperto che l’obesità lascia una ‘memoria’ durevole nelle cellule adipose, che mantengono attivo l’ormone della fame asprosina anche dopo la perdita di peso”, ha dichiarato in un’intervista il prof. Atul Chopra dell’università di Cleveland, uno degli autori dello studio. In pratica, l’obesità marchia a fuoco le cellule adipose, mantenendo così elevata l’asprosina, rivelatasi un potente segnale ormonale che favorisce il recupero del peso e la resistenza insulinica. Non solo: nella madre obesa, l’asprosina si trasmette anche alla prole prima della nascita, esponendola al rischio futuro di obesità. Sono risultati che invitano a riflettere sul fatto che l’obesità non si possa considerare risolta dopo una dieta riuscita: il paziente va comunque monitorato a lungo per evitare il recupero del peso corporeo. Prima ancora, però, l’obesità andrebbe prevenuta, visto che causa molti problemi di salute e che è pure difficile da sconfiggere.
Per qualche chilo in meno
Chi è soltanto un po’ in sovrappeso ha più possibilità di raggiungere l’agognato dimagrimento, ed è bene che lo faccia prima di ritrovarsi con troppa ciccia da smaltire. La vera dieta, però, non consiste nel soffrire la fame per qualche mese e nel riprendere poi ad alimentarsi come prima. Infatti un’alimentazione “torcibudella”, troppo restrittiva, non è sostenibile neanche sul breve periodo e viene interpretata dall’organismo come una minaccia alla propria sopravvivenza, con le vivide conseguenze sopra descritte. Viceversa, la dieta equilibrata, che non affama, è sostenibile a lungo e, soprattutto, insegna a mangiare correttamente, così è difficile ricascare nella trappola dello yo-yo. Un pratico suggerimento in questa direzione ce lo offre il così detto piatto di Harvard, elaborato dai ricercatori di quell’ateneo: per la metà è composto da verdure crude e cotte, con una piccola percentuale riservata alla frutta. La restante metà è suddivisa equamente tra cereali integrali e proteine sane (legumi, pesce e carne bianca, con integrazioni di semi oleosi). Così il piatto è sempre pieno, lo stomaco è soddisfatto e il peso si stabilizza. Si tratta insomma di porsi obiettivi realistici (mediamente, un paio di chili al mese, non certo alla settimana!) e di cambiare il modo di pensare il cibo per continuare a goderselo in armonia, piuttosto che passare il tempo a litigarci!
La soluzione non sono quindi le diete del momento, per questo motivo da 35 anni ho scelto di fare la nutrizionista utilizzando indicazioni basate su letteratura scientifica e tradizioni solide piuttosto che sulla voga alimentare del momento. E seduta sulla riva del fiume, aspetto che le mode alimentari passino…
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